martedì 26 aprile 2016

Ricordando un amico...

Con emozione segnaliamo al nostro affezionato pubblico l'iniziativa dell'Istituto Comprensivo "G. Galilei" di Corsico (MI) "Ricordando un amico" dedicata al M° Bruno Rondinella, per molti anni primo violino di spalla e - soprattutto - prezioso amico della nostra Orchestra, che si terrà venerdì 29 aprile 2016 alle ore 21 presso il Teatro Verdi di Corsico (MI):

https://www.facebook.com/Istituto-Comprensivo-G-Galilei-Corsico-MI-410694915751369/?fref=nf

http://www.icgalileicorsico.gov.it/it/articolo/ricordando-amico

Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
sito web: www.orchestralegnano.org
e-mail: orchestralegnano@alice.it



lunedì 18 aprile 2016

Stagione concertistica 2015-2016 - Note accompagnatorie al terzo concerto.

A causa di un incoveniente tecnico, non è stata pubblicata sul sito la versione estesa delle note di sala del terzo concerto conclusivo della stagione 2015-2015. Le riportiamo di seguito scusandoci con l'autore e con i nostri lettori.

Introduzione al concerto
Concludiamo la stagione con un concerto dedicato interamente al Beethoven del cosiddetto “secondo periodo stilistico”, quello della piena maturità, che vede susseguirsi molti dei più celebri capolavori, orchestrali e non, del compositore. Il Beethoven più beethoveniano che ci sia, almeno per il grande pubblico: quello dei grandi contrasti, del volontarismo eroico, dell’afflato epico, della sfida al destino. E tra essi, proprio l’«Eroica» costituisce la sfida più ardua, non solo per il confronto che impone con i più grandi interpreti, ma anche per l’intrinseca complessità concettuale e musicale, ineguagliata persino da Beethoven, se non nella Nona Sinfonia e nella Missa Solemnis. Una pietra miliare del repertorio, quindi, che il direttore Balleello, giunto ormai quasi al compimento del ciclo completo delle nove sinfonie, ha deciso di affrontare proprio per il primo concerto nel nuovo teatro. E noi, insieme a tutto il pubblico, non possiamo che augurargli “Ad maiora, Maestro!”.

Il programma
Ludwig van Beethoven – «Coriolano», Ouverture in Do min. Op.62
Il «Coriolano», del 1807, è la più famosa ouverture di Beethoven. Essa non fu scritta per il dramma di Shakespeare, bensì come introduzione a una tragedia di Joseph von Collin, poeta stimato persino da Goethe, ma che oggi, non fosse per Beethoven, sarebbe dimenticato. Tratta dalle «Vite parallele» di Plutarco, essa narra di Coriolano, eroe romano condannato all’esilio presso i Volsci, che per vendetta guida questo popolo alla conquista di Roma. Ma si ferma, giunto sotto le mura dell’Urbe, dopo aver udito le implorazioni rivoltegli dalla madre e della moglie Volumnia, ed è a quel punto ucciso dai Volsci che lo considerano a loro volta un traditore. Un dramma di questo genere non poteva non sedurre l'autore dell’«Eroica» e del «Fidelio», che seppe farne una prefigurazione, nel disegno psicologico dei personaggi, del poema sinfonico. Il brano è scritto nella forma-sonata bitematica con sviluppo centrale, mentre fino ad allora le “overture” erano nella più semplice forma ternaria ABA. Il primo gruppo tematico, in Do minore, la tonalità beethoveniana per antonomasia, caratterizza l'anima indomita di Coriolano (qualcuno si ricorderà la pubblicità di un amaro, in un vecchio Carosello, in cui un pugno guantato si abbatteva su un tavolo al suono di queste note…). A questo tema pieno di disordine e furia si oppone il secondo, in Mi bemolle maggiore, che rappresenta la preghiere e la tenerezza di Volumnia. Accenniamo al fatto che Beethoven riconduceva la natura contrastante dei suoi temi non solo a ragioni espressive o drammaturgiche, ma anche alla contrapposizione, enunciata da Kant nei «Fondamenti metafisici della scienza della natura», tra “principio di opposizione” e “principio implorante”. Lo sviluppo è caratterizzato dallo scontro tra due diversi frammenti del tema di Coriolano, a significarne il drammatico contrasto interiore. Nell’ampia ripresa sembra prevalere gradualmente il tema di Volumnia. La coda, nella quale il tema di Coriolano è affidato ai violoncelli, si acquieta progressivamente, per concludersi con tre pizzicati in pianissimo dei soli archi: l’eroe ha accettato il suo destino.

Ludwig van Beethoven – Sinfonia n°3 in Mi bemolle maggiore op.55 «Eroica»
La Terza Sinfonia, i cui abbozzi risalgono al tragico soggiorno estivo del 1802 ad Heiligenstadt, durante il quale il musicista scoprì i primi segni della sordità, fu meditata per un lungo periodo, e scritta tra la primavera del 1803 e il maggio del 1804. «Sto componendo qualcosa di veramente nuovo» confidò un giorno Beethoven ad un amico. E la Terza sarebbe sempre rimasta, tra tutte le sinfonie, la più amata dal suo creatore. La prima udienza privata avvenne presso il palazzo viennese del principe Lobkowitz (uno dei tanti mecenati di Beethoven, e dedicatario finale dell’opera), mentre la prima esecuzione pubblica, diretta dal compositore al teatro “An der Wien”, risale all’Aprile 1805. I giudizi dei critici viennesi dell’epoca furono piuttosto duri: la trovarono “interminabile”, “incoerente” e perfino “soporifera” (!), mentre oggi si riconosce unanimemente che quest’opera colossale, come forse nessun’altra né prima né dopo, ha influito in maniera determinante su tutto lo sviluppo successivo della musica occidentale. Ciò che deve indurre l’ascoltatore consapevole, ma anche l’interprete, a chiedersi: fino a che punto si sta ascoltando (o interpretando) l’opera per come essa era stata concepita, e non invece il suo mito? Una questione alla quale è arduo rispondere, ma che, a nostro parere, sarebbe sempre utile porsi al cospetto di tutti i capolavori fondativi della nostra cultura, non solo musicale.
Per quanto riguarda la storia della dedica a Napoleone, tolta, rimessa e infine ritirata definitivamente e sostituita dal famoso sottotitolo sul “sovvenire di un grand’uomo” - dopo che il còrso si era autoproclamato imperatore alla fine del 1804, essa è lunga e ben conosciuta. Pertanto, non vi insisteremo troppo, se non per far notare come in Beethoven potessero coesistere senza problemi l’ideale rivoluzionario sincero e il sostegno economico da parte dell’aristocrazia d’ancien regìme, la dedica di un’opera a Napoleone e l’Ode al duca di Wellington vincitore a Waterloo, oppure le altissime meditazioni filosofiche degli ultimi capolavori insieme a piccinerie al limite della truffa nei confronti degli editori, per non dir d’altro. Insomma, da una parte sta l’uomo con tutte le sue debolezze, da un’altra sta il regno incontaminato dell’arte e dell’ideale. In ogni caso, qualunque sia stata l’occasione che ha favorito la nascita della Terza Sinfonia, ciò che conta davvero, e che ne fa la grandezza, è il fatto che essa venga poi interamente risolta in valori puramente musicali. E’ dentro la musica, nei suoi rapporti dialettici, nella sua costruzione, nel suo faticoso procedere verso la luce, che Beethoven trasforma in sentimenti universali ed eterni lo spirito eroico e l’epos delle battaglie napoleoniche, o l’anelito dell’umanità nuova nata dalla Rivoluzione francese e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Tornando alla nostra opera, l’aspetto immediatamente evidente è la sua lunghezza complessiva, davvero inusitata per l’epoca: essa verrà superata solo da quella della Nona Sinfonia, ed insieme queste due opere resteranno le più lunghe sinfonie fino alla seconda metà dell’800.
L’organico orchestrale è lo stesso della Prima e della Seconda, ma con la significativa aggiunta di un terzo corno, che suonerà spesso a parti divise rispetto agli altri due e assumerà in vari passaggi il ruolo del protagonista.
L’Allegro con brio dura 841 battute, quanto un’intera sinfonia settecentesca, dilatando e tendendo fino al limite la forma. La dialettica sonatistica vi è mantenuta, ma occultata dalla straordinaria continuità del discorso musicale e dalla mirabile unità tra i temi, tutti sottilmente collegati alle misure iniziali: nemmeno una nota è lasciata al caso o è puramente decorativa. Questa sottigliezza, questa rete di relazioni lontane ne costituiscono anche la principale difficoltà d’ascolto. Il movimento, in un 3/4 insolito in un primo tempo di sinfonia (ma ne capiremo la ragione tra breve), comincia con due bruschi, imperiosi accordi, proprio come se si aprisse il sipario su un nuovo mondo musicale. Essi sono immediatamente seguiti dall’enunciazione del primo tema da parte dei violoncelli. Questo motivo, che costituirà l’ossatura portante di tutto il gigantesco primo movimento, non è altro che un semplice arpeggio di tonica, del tutto simile – per esempio - a quello che apre il giocoso Singspiel Bastien und Bastienne di Mozart oppure la bucolica Seconda Sinfonia di Brahms. Un motivo in sé così poco caratterizzato e poco tematico da non sembrare per nulla adatto alle peripezie alle quali l’autore lo destinerà: qualsiasi altro compositore qui avrebbe scelto un tema eroico, o nobile, o cavalleresco. Beethoven no. Egli ha ben altre frecce nella sua faretra, e lo si inizia a capire già alla settima misura, quando accade il primo avvenimento inaspettato: la frase termina quasi subito su un Do diesis, nota estranea all’armonia di Mi bemolle maggiore. Più avanti scopriremo che questa apparente bizzarria è in realtà una porta che si aprirà su mondi lontani. Così sapeva gettare i suoi ponti Beethoven! Il tema viene ripreso, ed appare un’altra trovata: i corni se ne impadroniscono subito, iniziando a conferire il colore epico alla sinfonia. Poi, dopo un breve crescendo e una finta modulazione verso la dominante, si giunge ad un altro punto fondamentale: un primo climax, nel quale l’orchestra scandisce accordi in tempo di 2/2 sopra il ritmo di 3/4, generando in questo modo una fortissima tensione. Ci avvediamo ora che questa sinfonia ha anche un … motore, la pulsazione ritmica, che la trasporterà molto lontano. Era già partito prima, sommessamente, ma non ce ne eravamo nemmeno accorti. La terza riproposizione del tema (che a questo punto iniziamo a percepire come un aprirsi faticosamente la strada, piuttosto che un percorso verso una meta conosciuta) è seguita da un motivo ai fiati, che costituisce l’inizio del secondo gruppo tematico: tre note discendenti alla dominante (Si bemolle maggiore) che passano da uno strumento all’altro, un puro gioco di timbri. Giunti a questo punto, in 50 battute, il nostro autore ha già buttato sul tavolo tutta una serie di novità inaudite. Inizia quindi una lunga transizione verso un tema accessorio. Ma è solo un intenerimento momentaneo, che si incupisce subito, prima di una nuova transizione e del ritorno ossessivo dello scontro di ritmi, martellato ancora più rabbiosamente, e che – a parte la ripresa di un frammento del primo tema - concluderà l’esposizione, la quale verrà poi ripetuta per intero. Non possiamo qui analizzare in dettaglio gli episodi che segnano il corso del lungo, prodigioso sviluppo, che usa il primo tema e il motivo discendente ai fiati, mischiandone e combinandone i frammenti con fantasia inesauribile. Segnaleremo solamente il punto culminante, che dopo un lunghissimo accumulo di tensione si conclude addirittura con una lacerante dissonanza ripetuta per ben cinque volte, prima della comparsa di un altro tema, in Mi minore (infrangendo la norma che impediva di inserire nuovi materiali nello sviluppo). Occorre poi menzionare la famosa “falsa ripresa” che precede di quattro battute la ripresa vera e propria, e sovrappone il bicordo di settima di dominante che conclude lo sviluppo, ancora tenuto dai violini, al precoce ritorno del tema alla tonica da parte dei corni, mentre il resto dell’orchestra tace, creando ante litteram una sorta di politonalità allo scoperto: ciò violava ancora più clamorosamente un’altra sacra regola, che resterà tale fino al ‘900. Nel corso della prima prova, giunti a questo punto, Ferdinand Ries, che assisteva Beethoven nella direzione, inveì contro il malcapitato cornista: «Maledetto, non sa contare?». Lo stesso Ries racconta che il maestro lo fulminò con un’occhiata tale, che egli temette di star per ricevere un ceffone (sulla prima esecuzione a palazzo Lobkowitz è reperibile su Youtube un bel film, «Beethoven’s Eroica», prodotto dalla BBC nel 2003). Occorrerebbe poi, se ve ne fosse lo spazio, parlare della gigantesca coda, lunga quanto l’esposizione: altra invenzione beethoveniana, che sembra dilatare verso l’infinito il vento di epopea che percorre tutto il primo tempo della sinfonia, ma serve anche a equilibrare uno sviluppo così esteso.
L’Adagio assai in Do minore (in 2/4) è altrettanto famoso del movimento precedente. Una pagina forse più semplice nella struttura, ma di una struggente eloquenza, nella quale il lutto per la morte dell’"eroe" diviene epicedio sul dolore del mondo. Oltre al precedente costituito dal terzo tempo della Sonata per pianoforte Op.26, è stata notata la somiglianza con marce funebri composte nella Francia rivoluzionaria. E’ meno noto che, dopo l’eliminazione della dedica a Napoleone, questo "Adagio " sostituì una "marcia trionfale", la quale diverrà l'ultimo movimento della Quinta Sinfonia. Il tema, aspro e doloroso, è esposto in pianissimo dai violini e ripreso dall’oboe. Un secondo tema in Mi bemolle maggiore è cantato dai violini in piano e forte alternato. Dopo la loro ripetizione e una desolata coda, si passa alla parte centrale, in Do maggiore, che è come un ricordo pieno di rimpianto, e si sviluppa poi in una solenne marcia scandita dai timpani. Torna brevemente il tema iniziale, ma invece di concludere il brano esso conduce ad un’inaspettata doppia fuga, ancora più dolente. La musica pare acquietarsi, ma subito nasce un’altra potente evocazione: al lugubre richiamo dei corni, sembra quasi che un’armata spettrale, i morti delle guerre napoleoniche (e, per noi posteri, anche di quelle future, ancora peggiori), si desti e si rimetta lentamente in marcia, con passo cadenzato e accusatore. E qui non ci sono eroi o grandi uomini che tengano, il guerriero Beethoven diviene per una volta visionario. Dopodiché, la ripresa del motivo iniziale, stavolta definitiva, si fa sempre più frantumata e, insieme al tema dell’ultimo episodio, si allontana e lentamente svanisce. I timpani hanno l’ultima parola, prima che cada il silenzio.
Dopo la lotta epica ed il confronto col dolore, gli ultimi due movimenti sono la vittoria della volontà sulle cieche forze del caso e del destino. Sebbene sia ben noto, non sarà superfluo ricordare ancora come Beethoven dichiarasse esplicitamente che la sua idea della musica si basava sulla morale e sulle concezioni umanitarie elaborate dalla filosofia kantiana.
Lo Scherzo (Allegro vivace, in 3/4) vive di un’inarrestabile forza propulsiva, e dello stesso contrasto ritmico tra metro ternario e binario che caratterizzava il primo movimento. Inizia con una corsa precipitosa degli archi, cui si unisce l’oboe nel disegnare un tema pieno di slancio. Ciò introduce un altro aspetto originale: se si rispetta la velocità prescritta dal compositore, le singole note «si trasformano in scintille sonore che guizzano e si consumano, o sembrano unirsi come fiamme» (A. Boucourechliev). Ad esso seguono un motivo di flauti e violini, la ricomparsa del primo tema, ed un Tutti conclusivo. Il Trio, dal carattere concertante, è dominato dalla fanfara di caccia dei corni, che diviene alla sua ultima ripresa quasi immateriale. Dopo il trio, lo scherzo è ripetuto letteralmente, ma con una sorpresa quando di colpo il metro cambia, per 4 battute, in un marcato Alla breve in 2/2: ciò che è musicalmente logico, ma non per questo meno straniante per l’ascoltatore. La breve coda viene scandita dai timpani, dagli archi e, infine, dall'intera orchestra.
Il Finale (Allegro molto in 2/4) è in genere considerato poco riuscito: eppure questo tema variato è il nucleo generatore dell’intera opera, come evidenziano sia i sottili agganci tematici, sia la simbologia dell’umano che vi è palesemente espressa. Esso era già stato utilizzato nel balletto «Le Creature di Prometeo» e nelle Variazioni per pianoforte Op.35, oltre che in una Contraddanza. Un’entrata impetuosa porta ad un motivo pizzicato al basso, ripreso dai soli archi nelle prime due variazioni. Nella terza, l’orchestra enuncia finalmente il tema vero e proprio, costituito da un dolce dialogo tra i fiati e gli archi. La quarta è una fuga in Sol minore, che culmina in una dissonanza, prima del ritorno della contraddanza nella quinta. Seguono la marziale marcia della sesta, e una nuova maestosa fuga con inversione del tema nella settima. Ma il cuore del movimento, annunciato dai soli fiati, è nell’ultima sognante variazione (Poco andante), che però giunge, alfine, ad un momento di angoscioso smarrimento metafisico. Dal quale, sembra dirci Beethoven, l’unica via d’uscita possibile è l’azione: e un frenetico Presto, nel quale ritorna il motivo introduttivo, conduce bruscamente e un po’ rudemente l’opera alla conclusione.
[A cura di Massimo Sacchi]



lunedì 11 aprile 2016

Recensione del concerto di sabato 9 aprile 2016.

Foto Sempionenews - Federico Mari
Legnano - Si è conclusa sabato la stagione regolare dell’orchestra Haydn, con un programma tutto beethoveniano, scelto appositamente dal maestro Balleello in occasione del battesimo musicale del teatro Tirinnanzi, del quale oltre alla qualità estetiche abbiamo potuto apprezzare la buona resa acustica in quasi tutti i settori, cosa niente affatto scontata, dato che la struttura originaria del cinema, che è stata fedelmente mantenuta, non era stata specificamente progettata per la musica.
Con un programma beethoveniano, dicevamo, e per giunta con il Beethoven più arduo da affrontare, sia per l’oggettiva difficoltà di esecuzione da parte degli strumentisti, sia per la complessità concettuale e interpretativa, sia infine per i confronti che impone con i più grandi direttori d’orchestra della storia: l’«Eroica», la più importante tra tutte le sinfonie (a nostro avviso, anche più della Nona Sinfonia), ed il «Coriolano», la più famosa e paradigmatica tra le numerose Ouverture composte dall’autore. Personalmente, abbiamo avuto la possibilità (anzi, la fortuna) di poter assistere a tutte le prove del concerto, e di constatare tutti i rovelli e i dubbi che questi capolavori, onusti di fama e di storia, inevitabilmente suscitano nel direttore che decida di eseguirli. Ma il risultato finale è stato, in entrambi i casi, pienamente all’altezza delle aspettative.
Foto Legnanonews - Luigi Frigo
Il primo brano eseguito è stata la breve Ouverture «Coriolano» Op.62. Un riassunto del Beethoven della maturità in appena 9 minuti. E non solo. Questo pezzo è interessante per tante ragioni, ma ci piace qui sottolineare il fatto che esso metta in evidenza un aspetto poco considerato di Beethoven, cioè quello dell’invenzione di una gestualità quale meccanismo di comunicazione indiretta, subliminale (come diremmo oggi), con il pubblico. Il direttore-eroe sembra scagliare il primo tema contro l’orchestra, materia inerte e ribelle da domare. Il maestro Balleello ha così iniziato la sua serata sotto il segno dell’energia, e ha saputo mantenere alta la tensione non solo per tutta l’Ouverture ma, con poche pause, fino alla fine del concerto. Tesissima è infatti stata anche l’interpretazione del gigantesco primo tempo della sinfonia, l’Allegro con brio, trascinata dall’inizio alla fine dei suoi 18 minuti di durata da un’implacabile energia, da un ferreo controllo, che sembrava calmarsi e prendere fiato per un istante solo nella Coda, poco prima della conclusione.
Un'aria diversa respirava l’Adagio assai del secondo movimento, la commovente e celeberrima Marcia funebre «composta per il sovvenire di un grande uomo». Questo capolavoro, come tutti i grandi capolavori musicali, può reggere concezioni interpretative anche assai diverse. La maggior parte dei direttori vi vedono, beethovenianamente, un corteo funebre tra il compianto della folla in onore di un qualche “cadavere eccellente” (Napoleone o chi per esso), ma per altri, in particolare per i direttori che hanno vissuto nel periodo delle due guerre mondiali (per esempio i Furtwängler, i Klemperer), questo nobile compianto diviene addirittura meditazione su una tragedia epocale, su una finis Germaniae, o su una finis Europae. Mentre ascoltavamo il concerto di ieri, invece, la composta interpretazione rievocava alla nostra memoria in modo quasi tangibile un ricordo del tutto diverso: quello del monumento funebre a Maria Cristina d’Austria, del Canova, con la sua candida processione di figure meste, ma senza lacrime, che si avviano ad oltrepassare una buia soglia. Avevamo già percepito in esecuzioni precedenti del nostro direttore questa concezione del dolore, più elegiaca e sommessa che tragica e scomposta. In ogni caso, ci è sembrata un’interpretazione personale e molto interessante.
Foto Sempionenews - Federico Mari
 L’energia, la pulsazione di un motore inarrestabile riprendeva poi il sopravvento nel terzo movimento Allegro vivace, lo Scherzo (un’altra innovazione con la quale Beethoven aveva sostituito le reminiscenze di danza del vecchio Minuetto settecentesco, facendo del terzo tempo il centro di quel campo di forze che avvolge tutte le sue sinfonie), e nel quarto movimento (Finale. Allegro molto), un complesso Tema con variazioni (8 o 10, a seconda dei musicologi) basato sui motivi del balletto «Le creature di Prometeo». Movimenti, come del resto anche il secondo, che sono assai difficili anche per l’orchestra, dato che i giochi timbrici beethoveniani impongono virtuosistici passi solistici anche a strumenti che solitamente, nella musica sinfonica, non suonano allo scoperto, quali l’oboe, il corno, il contrabbasso. E qui abbiamo potuto apprezzare, salvo qualche piccolissimo sbandamento, le qualità tecniche dei musicisti che fanno parte della nostra compagine.
Foto Sempionenews - Federico Mari
Calorosi gli applausi, quasi un’ovazione. Due i bis, che hanno ripetuto rispettivamente l’estesa coda del primo movimento, ed il frenetico Presto che chiude l’Allegro molto finale.
Vorremmo però questa volta concludere la nostra breve recensione con un pensiero a tutti i componenti dello staff dell’orchestra Haydn, il cui faticoso lavoro organizzativo nelle settimane che precedono i concerti rimane quasi del tutto oscuro al pubblico, ma senza i quali le esecuzioni non sarebbero possibili. Esprimiamo quindi la nostra riconoscente gratitudine a Giovanna, a Giorgio, ad Anna (con i quali ci scusiamo per averli citati senza aver chiesto il loro permesso), e a tutte le altre persone che prestano o hanno prestato il loro prezioso aiuto.
[A cura di Massimo Sacchi]

Galleria fotografica a cura di Sempionenews.it - Federico Mari

Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
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mercoledì 6 aprile 2016

Stagione concertistica 2015-2016 - Terzo Concerto.

https://drive.google.com/open?id=0B-jxFGXadxfRQWU2Qzk2NnpwTHM
La stagione concertistica 2015-2016 dell'Orchestra da camera "Franz Joseph Haydn" si conclude sabato 9 aprile 2016 alle ore 21 presso il Teatro Città di Legnano "Talisio Tirinnanzi" con un concerto d'eccezione: 

Ludwig van Beethoven (1770 - 1827)
«Coriolano», Ouverture in Do min. Op.62
Sinfonia n°3 in Mi bemolle magg. Op.55 «Eroica»

  1. Allegro con brio
  2. Marcia funebre – Adagio assai
  3. Scherzo – Allegro vivace
  4. Finale – Allegro molto


Si conclude la stagione con un concerto dedicato interamente al Beethoven del cosiddetto “secondo periodo stilistico”, quello della piena maturità, che vede susseguirsi molti dei più celebri capolavori, orchestrali e non, del compositore. Il Beethoven più beethoveniano che ci sia, almeno per il grande pubblico: quello dei grandi contrasti, del volontarismo eroico, dell’afflato epico, della sfida al destino. E tra essi, proprio l’«Eroica» costituisce la sfida più ardua, non solo per il confronto che impone con i più grandi interpreti, ma anche per l’intrinseca complessità concettuale e musicale, ineguagliata persino da Beethoven, se non nella Nona Sinfonia e nella Missa Solemnis. Una pietra miliare del repertorio, quindi, che il direttore Balleello, giunto ormai quasi al compimento del ciclo completo delle nove sinfonie, ha deciso di affrontare proprio per il primo concerto nel nuovo teatro. E noi, insieme a tutto il pubblico, non possiamo che augurargli “Ad maiora, Maestro!”.
(a cura di Massimo Sacchi)

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mercoledì 30 marzo 2016

Stagione concertistica 2015-2016 - Incontro di presentazione del terzo concerto.

Sabato 2 aprile 2016 alle ore 16 presso la Biblioteca A. Marinoni di Legnano in Via Cavour 3/A si terrà l'incontro di presentazione del terzo concerto della stagione 2015-2016 dell'Orchestra da camera della Città di Legnano "Franz Joseph Haydn" (link al Programma della stagione).

L'incontro è di carattere divulgativo e propone una guida preparatoria all'ascolto del concerto coadiuvata dalla visione di video selezionati.

Sarà possibile aderire alla sottoscrizione promossa dall'orchestra e diventare Socio sostenitore; tutte le infomazioni sono disponibili sul sito web dell'orchestra all'indirizzo www.orchestralegnano.org.

Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
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martedì 23 febbraio 2016

Concerto del 20 febbraio 2016 - rassegna stampa.


Tratto da Assesempione.info:
http://www.portaleassesempione.it/Gallerie_2016/SecondoOrchestraHaydn2016/images/IMG_3866_resize.JPGLegnano - Un altro successo dell' Orchestra Città di Legnano "Franz Joseph Haydn" del Maestro Daniele Balleello, che ha eseguito in modo impeccabile musiche per orchestra d'archi dei compositori boemi Josef Suk e Leoš Janáček. "Stasera abbiamo eseguito musiche che difficilmente si ascoltano per la loro specificità e complessità tecnica, questo fa parte del percorso di ricerca del corso di formazione dell'Orchestra Haydn. Siamo soddisfatti della serata in questa splendida basilica che ha ospitato tanti dei nostri concerti. Il prossimo concerto vedrà una grossa novità: ci esibiremo nel nuovo Teatro della Città di Legnano "Talisio Tirinnanzi" e inoltre siamo stati scelti insieme ad altre realtà culturali cittadine  per inaugurare il nuovo Teatro il prossimo 31 marzo." Queste le parole del direttore, il Maestro Daniele Balleello. Nella Basilica di San Magno, gremita per l'occasione, in prima fila anche il Vicesindaco Luminari che, emozionato per il concerto, ha avuto parole di apprezzamento ed ha affermato "Stasera ho assistito ad un meraviglioso concerto in una stupenda location. Mi auguro che il nuovo Teatro Città di Legnano Tirinnanzi abbia un'acustica ancora migliore per apprezzare ancor di più questi eventi".
Enzo Mari  

http://www.portaleassesempione.it/Gallerie_2016/SecondoOrchestraHaydn2016/images/IMG_3875_resize.JPGCome consuetudine, il secondo concerto della stagione ha scelto di presentare autori non frequentemente eseguiti nel nostro Paese, dove la programmazione musicale, con poche eccezioni, è quasi sempre restia ad uscire dal solco dei grandissimi, o comunque da quanto è già ben noto al pubblico e da esso quietamente accettato senza difficoltà. Noi crediamo invece che il soffermarsi su tradizioni e scuole nazionali differenti da quella direttamente legata al sinfonismo tedesco ottocentesco o all’operismo italiano, e su compositori cosiddetti “minori”, sia prima di tutto un modo di allargare la consapevolezza culturale dei nostri ascoltatori, i quali potranno poi, eventualmente, tornare ai mostri sacri della musica classica per ascoltarli in un modo meno mitizzante e più ricco di sfaccettature. Insomma, per comprendere come i Mozart, i Beethoven, i Verdi e tutti gli altri geni supremi non sono piramidi egizie che spuntano isolate sull’arido pianoro desertico, ma vette di un complicato massiccio montuoso che possiede anche elevazioni minori, spalle, anticime, e rilievi collinari tutt’intorno. Ciò vale, come detto, per il pubblico, ma anche – in modo diverso – per gli addetti ai lavori, ovvero per i perlopiù giovani musicisti dell’orchestra, messi alle prese con un repertorio che presumibilmente non incontreranno molte volte nel corso della loro carriera.
Il tema affrontato nella serata di ieri è stata la scuola nazionale ceca di fine Ottocento, quella nata per impulso di Dvořák e Smetana (e avente un burbero tutore di nome Johannes Brahms), alle prese con le piccole forme della Serenata e della Suite per soli archi, rinate in quel cruciale periodo come alternativa al gigantismo della sinfonia ed al colorismo rutilante del poema sinfonico contemporanei. Ma, si badi bene, non per queste ragioni si tratta necessariamente di musica di facile esecuzione per l’orchestra o per il direttore, oppure solo di un puro piacevole intrattenimento per l’ascoltatore, in attesa di più ardui cimenti musicali. Tutt’altro.
Il primo brano eseguito è stata la Serenata op. 6, del boemo Josef Suk, composta nel 1892 (a diciotto anni!) proprio su impulso del suo maestro Antonin Dvořák. Un pezzo indubbiamente “alla maniera di” (del suddetto Dvořák, naturalmente, ma con un pizzico di Brahms e di Čaikovskij qua e là), con tanti cliché della musica slava, eppure ad un ascolto più attento anche molto ricca di spunti personali. Questi spunti, che fanno di Suk non un semplice - seppur dotato - epigono, sono stati pienamente colti dall’orchestra Haydn e dal maestro Balleello. Personalmente, abbiamo apprezzato particolarmente il modo con il quale sono state evidenziate le tante raffinatezze strumentali della Serenata, come gli (ardui) intrecci strumentali, con sconfinamenti in registri inusuali, il ruolo da protagonista affidato in tanti passaggi del pezzo anche alle viole (solitamente poco in evidenza), gli interessanti impasti sonori, e la bellissima condotta dell’Adagio, che in alcuni passaggi ci è sembrato lanciare un ardito ponte con musiche novecentesche, anche loro fatte d’aria e nuvole, come la Nona di Mahler o qualche Lied di Richard Strauss. E l’Allegro giocoso finale, sorta di partita a scacchi con avanzate e ritirate, tra la prassi, nel senso degli scatenati finali che erano di ordinanza in questo genere di pezzi “caratteristici”, ed il carattere più introverso e portato alla malinconia del nostro autore.
E’ poi stata la volta di Idyla, una Suite per orchestra d’archi composta nel 1878 dal moravo Leoš Janáček, una delle più grandi personalità della musica europea (non solo ceca) nella prima metà del XX secolo, ancora troppo poco conosciuto in Italia (purtroppo la lingua ceca delle sue opere vocali non aiuta). Nonostante fosse più anziano di ben vent’anni di Suk, Janáček partecipò in modo molto più significativo del primo al rinnovamento del linguaggio musicale che sarebbe avvenuto all’inizio del Ventesimo secolo. Lo fece anche in un modo originale, perché in molta della sua produzione egli volle avvicinarsi senza intellettualismi alla vera musica popolare del suo Paese, non a quella raffinata e idealizzata che aveva tenuto la scena fino ad allora. E, mentre tanti altri compositori ci stupiscono per l’acume del loro pensiero musicale, il (ri)ascolto di certo Janáček è per noi come il ritrovare un vecchio amico con il quale si condividono tanti ricordi di persone, tante storie di un passato irrecuperabilmente perduto. Tutto questo, insieme ad illuminazioni su quello che sarà il linguaggio dello Janáček futuro, è già presente in nuce in Idyla, brano che malauguratamente è spesso stato considerato un’opera giovanile, trascurabile, e che in Italia, a quanto ci consta, non ha avuto molte esecuzioni pubbliche.
In questa luce, le novità della scrittura janáčekiana, nell’esecuzione dell’orchestra Haydn, sono risultate ben evidenti soprattutto nella ripetitiva fissità piena di inquietudine del secondo movimento, ed in quella lacerata dal dolore del terzo. Ecco: ci sembra che, mentre in altri concerti diretti dal Maestro Balleello i tempi più riusciti fossero quelli mossi, questa volta siano stati i Moderato o gli Adagio ad essere idealmente il nucleo centrale e generativo delle due opere. E per questo, dopo la riuscita “danza di elefanti” dell’Allegro centrale, abbiamo atteso con vivo interesse l’arrivo dell’Adagio in forma di Dumka, il vero cuore della Suite, summa in pochi minuti della tristezza delle ballate epiche russe o slave: dolente, poi vivo e pulsante, e poi spento e definitivamente rassegnato. Tutto questo, si noti, ottenuto da Janáček soltanto tramite un raffinatissimo trattamento orchestrale, senza fare ricorso all’elaborazione tematica: e non siamo stati delusi dalla bellissima resa che ne ha ottenuto l’orchestra. Un po’ di inevitabile stanchezza affiorava durante i due movimenti conclusivi della Suite, ma eravamo alla fine di un concerto straordinariamente difficile, affrontato dai giovani ed anche giovanissimi componenti dell’orchestra con una capacità ed un piglio combattivo degno di compagini ben più navigate.
Due i bis: nel primo è stato ripetuto l’Andante con moto che apriva la Serenata di Suk; nel secondo, eseguito dopo calorosi richiami del pubblico, è stato fatto riascoltare il Presto al centro del quinto movimento, la Dumka, di Idyla.



Massimo Sacchi

Galleria fotografica a cura di Assesempione
Video-intervista al Maestro Balleello
Video-intervista al Vicesindaco Luminari

Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
sito web: www.orchestralegnano.org
e-mail: orchestralegnano@alice.it











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giovedì 18 febbraio 2016

Stagione concertistica 2015-2016 - Secondo Concerto.

https://drive.google.com/open?id=0B-jxFGXadxfRQWU2Qzk2NnpwTHMLa Stagione concertistica 2015-2016 dell'orchestra da camera "Franz Joseph Haydn" prosegue sabato 20 febbraio 2016 alle ore 21 presso la basilica di San Magno a Legnano, con un concerto per orchestra d'archi di autori boemi: Joseph Suk e Leóš Janáček.

Programma:

Josef Suk (1874 - 1935)
Serenata per orchestra d’archi in Mi b magg. Op.6

1. Andante con moto
2. Allegro ma non troppo e grazioso
3. Adagio
4 Allegro giocoso, ma non troppo presto

Leoš Janáček (1854 – 1928)
Idyla, Suite per orchestra d’archi
1. Andante - Meno mosso - Da capo
2. Allegro - Moderato - [Allegro]
3. Moderato - Con moto - [Moderato]
4. Allegro
5. Adagio - Presto – Adagio
6. Scherzo
7. Moderato

Introduzione al concerto:
Come noto, la seconda metà del XIX secolo vide un progressivo aumento delle dimensioni e dei colori dell’orchestra – soprattutto per l’influsso di musicisti come Liszt e Wagner -, così come della durata delle sinfonie. Questi sviluppi raggiungeranno il loro apice intorno al passaggio del secolo e nel decennio immediatamente successivo. Che questa fosse una linea di tendenza generale, quasi uno sviluppo inevitabile della musica tardoromantica, è evidenziato dal fatto che non solo le sinfonie di Liszt, Bruckner e Mahler, ma anche quelle di compositori considerati minori si dilatano talvolta verso durate di 60 minuti e oltre, e prevedono grandi organici di esecutori (potremmo citare, come esempio di monumentalità tra i tanti, lo stesso Suk nella sua Seconda sinfonia). Tuttavia, come possibile reazione (o antidoto) a questo gigantismo e a questo turgore coloristico, i compositori sentivano a volte il bisogno di andare nella direzione opposta, riducendo il numero degli esecutori, nonché la durata dei lavori. In questo senso, la piccola orchestra di archi e fiati, oppure di soli archi, ha ispirato la ripresa, a partire da Brahms, della tradizione classica della serenata, che era stata praticamente abbandonata durante la prima metà del XIX secolo, e di quella della Suite, filtrata nuovamente nella musica orchestrale “pura” a partire dal balletto o dall’opera, ma non più ancorata a successioni di danze come avveniva per la Suite barocca. Il secondo concerto della nostra stagione, che dedichiamo da alcuni anni all’esplorazione delle scuole nazionali, vuole mostrare gli esiti che sortirono dal confronto con un unico modello, quello dvořakiano, quando vi si confrontarono personalità tanto diverse quanto quelle di Suk e di Janáček. Se ci si consente l’uso di etichette di comodo, diremmo che il primo, seppur più giovane, appare il più conservatore tra i due, mentre il secondo mostra fin dall’inizio il carattere nettamente progressista della sua musica, preludio all’evoluzione futura del suo linguaggio.
(a cura di Massimo Sacchi)

Orchestra da camera della città di Legnano Franz Joseph Haydn
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